Nike ha presentato l’Alphafly 4 il 17 settembre in edizione limitata: esaurita in meno di cinque minuti sul sito statunitense e ancora più in fretta in Europa, con distribuzione più ampia dal 29 ottobre e listino a 279,99 euro. Nelle stesse settimane sono arrivate la nuova Adios Pro 5 e gli aggiornamenti di quasi tutti i marchi. La domanda che mi fanno i runner che seguo, però, non riguarda la scarpa: riguarda se una super scarpa da 280 euro serva davvero a chi chiude la maratona in 3h20.
Cosa cambia nell’Alphafly 4 (secondo i dati dichiarati)
I numeri che Nike dichiara sono due: circa il 10% di ritorno di energia in più rispetto alla versione precedente e circa il 5% di peso in meno. Il peso ufficiale è intorno ai 208 grammi nella taglia 10 US, quindi non siamo di fronte alla scarpa più leggera del mercato: diversi concorrenti scendono molto sotto.
Il grosso della differenza sta nell’intersuola. È stata introdotta una nuova schiuma, la ZoomX LT, dichiarata fino al 17% più leggera della ZoomX standard e con un ritorno di energia superiore dell’8%, disposta a strati sopra e sotto la piastra in carbonio. La piastra è più larga, soprattutto nella zona metatarsale. Le due unità Air Zoom nell’avampiede sono state rifatte e riposizionate per lavorare insieme a un rocker più avanzato e progressivo. Lo spessore dichiarato al tallone resta intorno ai 39 mm, quindi al limite dei 40 mm ammessi in gara. Tomaia Atomknit senza cuciture, suola Fast Shot, e una scarpa che secondo il costruttore non produce più il caratteristico scricchiolio all’appoggio.
Due precisazioni da allenatore. Primo: sono dati dichiarati dal produttore, misurati in laboratorio, non promesse sul tuo tempo finale. Secondo: l’obiettivo di progetto raccontato da Nike è interessante più dei numeri. Non rendere più veloce una scarpa già veloce, ma aiutare a conservare efficienza quando la fatica cambia la meccanica di corsa. Tradotto: gli ultimi dieci chilometri. Che è esattamente il punto dove un amatore perde la maratona.
Quanto conta se corri oltre le tre ore
La letteratura sulle calzature con piastra in carbonio indica risparmi energetici nell’ordine di pochi punti percentuali, con una variabilità individuale molto ampia. Alcuni runner rispondono bene, altri non rispondono quasi per niente, altri peggiorano la propria economia di corsa. Non esiste un modo per saperlo a priori: si prova.
Due elementi spostano l’equilibrio quando si sta in strada più di tre ore.
- Il tempo di esposizione è più lungo. Un eventuale vantaggio percentuale si applica a una durata maggiore, ma vale anche il contrario: passi tre ore e mezza su una geometria molto lavorata, con sollecitazioni diverse su polpaccio, tendine d’Achille e piede rispetto alle tue scarpe da allenamento.
- Le andature sono più lente. Piastre e rocker sono progettati per certi intervalli di velocità e per un appoggio relativamente avanzato. A ritmi da 5’00”-5’40” al chilometro, con un appoggio di tallone marcato e un tempo di contatto più lungo, la scarpa lavora meno bene di come lavora sotto un élite.
Questo non vuol dire che non serva. Vuol dire che il margine è più piccolo, più variabile, e che il vero criterio non è “quanto mi fa guadagnare” ma “quanto la tollero per il tempo che devo starci dentro”. Una scarpa che ti risparmia teoricamente l’1% e ti lascia i polpacci bloccati al trentaduesimo è una cattiva scelta.
Cosa guardare prima di spendere 280 euro
- Calzata sul piede gonfio, non su quello del negozio. Dopo due o tre ore il volume del piede cambia. Se sei al limite di taglia, una mezza misura in più spesso risolve. Da verificare in allenamento, non dal venditore.
- Storia personale di sovraccarichi. Se hai avuto problemi ricorrenti a tendine d’Achille, polpaccio o pianta del piede, l’introduzione va fatta in modo graduale e lontano dalle settimane chiave. Se qualcosa fa male, la valutazione è del medico, non mia e non del blog di turno.
- Il prezzo di listino non è l’unico riferimento. Nello stesso segmento trovi Adidas Adios Pro 5 e On Cloudboom Strike 2 a 250 euro, Asics Metaspeed Sky/Edge Tokyo a 270. Non sono la stessa scarpa e non calzano allo stesso modo: la scelta sensata è quella che ti sta bene al piede, non quella con la schiuma più citata.
- La generazione precedente. Ogni lancio spinge il modello vecchio in saldo. Per un amatore sopra le tre ore è quasi sempre l’acquisto con il miglior rapporto fra costo e beneficio reale.
- Le uscite limitate. L’Alphafly 3 nel gennaio 2024 finì in meno di un minuto, con rivendite a più del doppio del listino, e la storia si è ripetuta. Se la tua maratona è fra sei settimane, non costruire il piano gara intorno a un paio che potresti non riuscire a comprare.
- Durata. Una scarpa da gara con schiuma PEBA ha una vita utile limitata alle andature veloci. Pianificala per una o due maratone più pochi allenamenti specifici, non come scarpa da volume.
Gestire la scarpa da gara nelle ultime settimane
Qui gli errori costano più dei 280 euro. Le indicazioni che seguono sono orientative e vanno adattate a chilometraggio, storico e tolleranza individuale.
- Almeno tre utilizzi prima della gara. Una seduta breve di attivazione con qualche allungo, una tempo run di 8-10 km a ritmo maratona, e un lungo con gli ultimi 12-15 km al ritmo gara. Sono i tre contesti in cui capisci calzata, sfregamenti e tenuta del polpaccio.
- Non correre la maratona con meno di 30-40 km nella scarpa. Serve a testare, non a consumare.
- Modello nuovo almeno tre o quattro settimane prima. Se arriva a dieci giorni dalla gara, corri con il paio vecchio. Punto.
- Fissa tutto nei test: allacciatura, calze, eventuali cerotti sui punti critici. La mattina della gara non si inventa niente.
- Superficie della gara. Molte maratone europee d’autunno si corrono su asfalto bagnato, qualche tratto di pavé, curve strette in centro storico. Una scarpa con 39 mm di stack e piastra larga non è la più maneggevole: vale la pena provarla sul bagnato prima di partire.
- Viaggio. Scarpe da gara nel bagaglio a mano, sempre. E niente acquisti all’expo da indossare il giorno dopo: è il modo più rapido per rovinare quattro mesi di lavoro.
Nei programmi che seguiamo in KiRun per chi prepara una maratona all’estero il test della scarpa da gara è una data fissa del calendario, non un’aggiunta dell’ultima settimana.
In pratica
- Se corri oltre le tre ore, considera la super scarpa un vantaggio piccolo e individuale: prima verifica la tolleranza, poi valuta il tempo.
- Confronta almeno due o tre modelli al piede nella stessa fascia (250-280 euro) e considera la generazione precedente in saldo.
- Programma tre utilizzi prima della gara: attivazione breve, tempo run 8-10 km a ritmo maratona, lungo con finale di 12-15 km al ritmo gara. Valori indicativi, da adattare.
- Nessun modello nuovo nelle ultime due settimane e nessun acquisto all’expo per correre il giorno dopo.
- Tratta la scarpa da gara come materiale da gara: poche uscite a ritmo, mai volume quotidiano, bagaglio a mano in viaggio.
Fonti: Runner’s World Italia – Nike svela la Alphafly 4; Marathon Handbook – Alphafly 4 sold out in meno di cinque minuti; RunLovers – Nike Alphafly 4: più leggera e reattiva; Runner’s World Italia – Guida all’acquisto delle super scarpe.
